AFFRESCO IN TRE ATTI
romanzo
estratti
atto IiI • Capitolo 2
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Sollievo o amarezza?
Decide che il pomeriggio lo vuole passare a scrivere, e fa una dose da attività, sperando davvero di scrivere e di non cazzeggiare. Esce sul terrazzo dell’attichetto, come lo chiamava il Colombo, che glielo aveva regalato prima di morire. Glielo aveva regalato per il suo quarantatreesimo compleanno, che affrontava in crisi come sempre nel solito tran tran: donne, lavoro, amici. E poi, le occasioni di crisi si ripetevano inesorabili: il Natale; il Capodanno; la primavera; la Pasqua; il compleanno; il caldo; il ferragosto; l’autunno; e poi di nuovo il Natale. Da quando aveva avuto quel regalo le occasioni erano state quasi tutte in quell’attico in centro a Milano, tornava alla villetta in Brianza solo durante la parte rovente dell’estate. In un punto imprecisato di questo circolo, più volte si era trovato con la tentazione di cedere, aveva un gigantesco desiderio di lasciarsi travolgere, inglobare. Smettere di stare ai margini e lanciarsi, socializzare, magari aprirsi una pagina Instagram. Senza possibilità di ritorno. Altrettanto, si sentiva attratto da qualche anonimo paesino sperduto in un’isoletta del mediterraneo, fuori dai giri turistici. Decidersi definitivamente per uno dei due estremi: isolamento definitivo o tornare a socializzare? Economicamente si sarebbe potuto permettere entrambe le soluzioni. Vendendo la villetta in Brianza e affittando l’attichetto, avrebbe potuto fare una vita più che dignitosa, che poi, ultimamente, viveva quasi da recluso: usciva pochissimo e solo per valide ragioni. Scriveva per varie riviste e aveva pubblicato qualche romanzo, ma non guadagnava granché: era svogliato, lento e con la puzza sotto il naso. Commiserazione o assoluzione? |