AFFRESCO IN TRE ATTI
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​AFFRESCO IN TRE ATTI

romanzo

estratti

atto i • Capitolo 2

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   Tra Lecco e Bergamo, un tale Giuseppe Mandaglio, detto Lu Craparu, originario di Giffone, un paese non lontano da San Ermete, si era comprato qualche ettaro di terreno agricolo e aveva messo su un bell’allevamento. Nei fine settimana, da tutta la Lombardia, e anche da qualche altra regione limitrofa, c’era l’assalto alla masseria di Pinu Lu Craparu.
   Tutti calabresi in cerca del sacro Graal della cucina calabrese, ‘a crapa.
   Ermete e il padre di Ermete, Mastru ‘Ntoni, qualche settimana prima erano andati da Pinu Lu Craparu e avevano portato con loro Filippo: tre generazioni di Cutronì alla ricerca del cibo sacro. Come gli uomini primitivi a caccia, per sfamare la tribù, aveva fantasticato Filippo quel giorno, mentre in macchina attraversavano paesini, campagne e schiere di fabbriche. Era una giornata di fine autunno, umida e già gelida, con il cielo piatto e grigio, come il cielo di Lombardia sapeva essere. A Filippo pareva che quella fosse la sua iniziazione alla vita adulta, l’accettazione nel clan. Aveva più di dieci anni, ma non gli era mai capitato di fare qualcosa insieme con il padre e il nonno: era molto agitato ma anche felice.
   Durante il viaggio se ne era stato tranquillo sul divano posteriore dell’Alfetta, in cui non si sentiva mai veramente a suo agio, con la paura di sporcare o rovinare in qualche modo i bei sedili.
   Il clima fra padre e nonno era come al solito vagamente teso. Avevano parlato di San Ermete, delle capre di Aristodemo, del figlio, Grazianu Lu Zimmaru, e di altre cose che però Filippo da dietro faticava a seguire, un po’ per il rumore, un po’ perché, gli pareva che i suoi avessero abbassato la voce, come facevano quando parlavano di cose che Filippo non doveva ascoltare. Non era più un bambino piccolo, pensava irritato in quei casi, ma in fondo la cosa lo faceva sentire protetto, capiva che gli volevano bene e non volevano turbarlo.
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